Venezia xenitèa

Riscrivere Venezia nel nome del desiderio femminile attraverso figure storiche di donne per certi e differenti versi sempre straniere alla città. Aprire squarci nel passato per dar aria ai sogni, anche se assieme al desiderio usciranno le piccole e poi le grandi paure. È l’inizio di un percorso per raccontare una storia ed una Venezia differenti. Spolverare tasselli di storia, affinché l’immaginario torni ad essere una vela gonfiata dallo strappo del vento. Questo racconto della serie intitolata “Venezia Xenitèa”, ospitata da Granviale, è ispirato dalla figura di Eleonora Duse, attrice, capocomica e intellettuale. La tavola è di Carol Schultheiss.

Antonella Barina ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )
 
Intervista con Elena Cornaro piscopia Stampa E-mail
Scritto da Paola   
Giovedì 22 Aprile 2010 16:03

Incontro di Rosanna Mavian con Elena Cornaro Piscopia                   


 Emozione. Piacere. Soggezione. Curiosità. Sono nell’ordine le sensazioni che provo nell’accingermi a questo importante incontro. Ho intervistato molti personaggi più o meno importanti, più o meno  famosi, più o meno intriganti, ma questa volta è diverso. Il personaggio è di quelli da far tremare i polsi: donna d’eccezione, veneziana, celeberrima eppure non mediaticamente così nota, soprattutto in Italia. Da tempo immemorabile desideravo dialogare con lei e cercar di capire e carpire qualcosa della sua personalità, di quell’esistenza breve eppure intensamente vissuta in un dono di sé totale al sapere e alla pietà. Forse tutto è cominciato quando ho varcato per la prima volta la soglia del Palazzo del Bo a Padova con un’amica di studi che mi ha fatto notare la statua, elegante e solenne, eretta nel portico del Bo a raffigurare la “prima donna laureata al mondo, una di Venezia”: per me veneziana quella era una notizia che mi riempiva di orgoglio, ma anche di stupore, infatti nulla fino a quel momento avevo sentito a proposito di un fatto così straordinario. Quella frase detta quasi fuggevolmente da Mirella mi aveva comunque colpita e ad Elena sarebbe tornato il mio pensiero tempo dopo quando nell’Aula Magna del Bo mi trovai a discutere la tesi di Laurea: prima di prendere un gran respiro per meglio fronteggiare i professori pronti a interrogare, in quella storica sala che incuteva timore, pretendeva serietà e giusto rispetto, mi ritrovai a pensare per un istante a chi secoli prima mi aveva preceduta, a chi aveva aperto il cammino a me come a milioni di altre donne addottorate nel mondo, tracciando la strada una volta per tutte, rompendo una tradizione inveterata e distruggendo un pregiudizio pervicacemente maschile. Eppure a Elena non era stato concesso discutere la sua tesi di Filosofia nello Studium Patavinum, cioè nella sede propria dell’Ateneo dove io avevo la ventura e  l’onore di parlare, bensì nel Duomo di Padova in quella Cappella della Vergine dove in seguito le è stato dedicato un busto.

  Il suo volto mi è noto. Ritratti, medaglie, disegni hanno tramandato la sua effigie di donna pensosa, pudica, dalla virginale bellezza rigorosa, priva di sensualità, lo sguardo profondo e un accenno di sorriso velato di amarezza…”donna senza vanità” come la definì un suo biografo. L’incontro avviene nel posto scelto da E.C.P. Luogo inusuale per me ma carissimo ad Elena l’Orto Botanico universitario di Padova, la città che le ha conferito gloria imperitura e dove ha voluto risiedere negli ultimi anni della sua vita come oblata benedettina, la città dove è morta e sepolta nella chiesa di Santa Giustina Mater.

 

  E.C.P. -E’ qui che mi piaceva trascorrere qualche ora, questo Orto era già aperto da un secolo quando ci venivo per vedere le centinaia di piante custodite e coltivate in maniera scientifica, qui si è evoluta la Botanica applicata alla medicina; ma soprattutto qui era il mio modo di riposare e meditare, tra queste piante officinali, esotiche, velenose e insettivore…e poi andavo a consultare l’Erbario nella Biblioteca qui accanto. Ora vedo che ce ne sono migliaia. Vieni cerchiamo la Chamaerops humilis arborescens la pianta più antica vivente, è la Palma di San Pietro, è stata piantata nel 1585-

 

I suoi occhi si illuminano mentre mi parla.


  R.M. –Forse non sai che questa palma ora è chiamata la Palma di Goethe, un poeta tedesco di grande fama venuto nel 1786 anche lui a studiare in quest’Orto dove ha raccolto il materiale per un suo saggio “Le Metamorfosi delle Piante”, e certamente non puoi sapere che questo Orto Botanico a te così caro è stato dichiarato nel 1997 Patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, un’importante organizzazione che si occupa di Educazione, Scienza e Cultura-

  La notizia desta subito il suo interesse. Immagino Elena prima aggirarsi leggera tra piante e vasi e poi china sui preziosi libri illustrati della Biblioteca, tra esemplari unici di testi scientifici, lei la Magistra Philosophiae intenta presso quell’Orto allo studio dei Semplici, così chiamavano le piante medicinali, con la stessa attenzione con cui curava insieme alle consorelle l’orto del convento benedettino dove si ritirò ancora giovane e al culmine della sua fama.

  A Padova d’altra parte si riuniva nel Palazzo di Giacomo Alvise Corner, avo di Elena Lucrezia e grande amico di Galileo Galilei, l’Accademia dei Ricoverati: in quel palazzo Giacomo Alvise e il fratello Marcantonio Corner esperto scrittore di Idraulica, possedevano una considerevole biblioteca di libri importanti, che il figlio di Giacomo, Girolamo incrementò a sua volta. La biblioteca dei Corner Piscopia fu ereditata da Zambattista figlio di Giacomo Alvise e padre di Elena, e portata nel Palazzo veneziano dei Corner a Ca’ Loredan: si trattava di almeno 2.000 titoli, un completo panorama dello scibile umano, ricco di testi di ispirazione galileiana e di un tal numero di volumi di storia, che a suo tempo colpì il Montfaucon per la presenza di “tot codices ad historiam Venetiarum spectantes” antichi anche di 300 anni e “oratorum Reipublicae diaria bene multa, historiae bellorum, et alia huiusmodi pene innumera”. E’ in quella biblioteca che Elena si formò, lì trovando gli strumenti primi per i suoi studi. Questo mi ricorda un’altra grande intellettuale dell’antichità, Ipazia, che nel 5° secolo d.C. visse in Alessandria d’Egitto. La sua poliedrica cultura affondava solide radici nella celebre Biblioteca alessandrina di 500.000 volumi, in gran parte manoscritti greci originali, di cui suo padre Teone era tenutario.

   Chiedo a Elena come trascorrevano le sue giornate nel grande palazzo sul Canal Grande, se qualcosa di diverso poteva distoglierla dalle amate carte e libri o se il suo tempo scorreva dedito solo per studio e conoscenza.

E.C.P. –Certo amavo le scienze, teologia, filosofia storia e lingue morte e vive, ma la mia anima era appassionata di musica e mi dilettavo nell’arte del ricamo: queste le mie valvole di scarico, per usare termini cari a quelle scienze idrauliche nelle quali i Corner erano maestri. Talora al pomeriggio gustando una calda cioccolata con i zaleti, altre volte la sera di fronte a un bicchiere di malvasia ci riunivamo in ristretta e gaia compagnia, chi a verseggiare intento e chi a suonare, io al cembalo accompagnata da una viola da gamba; trascorrevano così le lunghe sere del freddo inverno veneziano, mentre fuori sul canale scendeva il calìgo a confondersi con il fumo degli alti camini…-

   Questo accenno alle piacevoli serate musicali e alla innocente evasione del ricamo, mi rende più che mai vicina Elena, visto che condivido entrambe le sue passioni!

   La prima donna laureata al mondo dunque non era solo quel mostro di dottrina, meraviglia dell’epoca sua per la preparazione teologica, filosofica e scientifica senza pari che la portò ad occuparsi di matematica, astronomia, e linguistica tale da meritarle  l’appellativo di Oraculum Septilingue per la conoscenza di sette lingue compresa l’arabica, non era solo la magistra et doctrix cui i personaggi illustri dell’epoca venivano a rendere omaggio, aggregata alle maggiori Accademie del suo tempo, veneziane e  italiane. Quando finalmente uscivano dalla sala della enorme biblioteca di famiglia i vari maestri che la istruivano, il rabbino della comunità ebraica veneziana Shamuel Aboaf, suo insegnante di ebraico, francese e spagnolo, o don Alvise Gradenigo, il maggior grecista dell’epoca suo insegnante di greco, e Giovanni Battista Fabris il maestro di latino che per primo aveva intuito le doti eccezionali di quella singolare allieva, e ancora il gesuita Carlo Maurizio Viola, attento alla nuova scienza galileiana, che per diciassette anni seguì la preparazione scientifica di E.C.P. , ebbene quando tutti costoro e gli altri personaggi illustri che si recavano a palazzo per rendere omaggio alla sua fama o verificarne la sapienza, lasciavano i saloni della sua dimora per discendere lo scalone, solo allora Elena poteva godere dei momenti di svago così necessari, comporre i suoi dolci versi, suonare gli amati strumenti, arpa, clavicembalo e violino, riposti nella sala da musica.

E.C.P. – Appena mi era possibile andavo a piedi o in gondola da Caterina Zane, cugina e cara amica, nella bella stagione salivamo in altana: ascoltavo i suoi racconti, lei sapeva tutto di quel che accadeva in città, io potevo parlarle solo delle ultime dissertazioni del mio maestro di Filosofia, Carlo Rinaldini, convinto sostenitore di Gassendi e Galileo, e di come mi ero orientata al suo aristotelismo aperto e attento ai fenomeni della natura. Non so quanto mi ascoltasse mentre prendeva beatamente il sole sui capelli bagnati di camomilla e si ungeva di creme profumate, insistendo per farmi usare quei prodotti per la bellezza, che a suo parere non curavo abbastanza, anzi trascuravo decisamente…

R.M. – Non hai rimpianti per aver dedicato il tuo tempo e te stessa fin dalla più tenera età alla missione della conoscenza, con fervore  così totalizzante e assoluto?

  Un’ombra di tristezza vela il suo sguardo pensoso, mentre è pronta ad una inattesa confessione.

E.C.P. - Forse senza l’insistenza quasi prepotente della volontà paterna non avrei speso l’intera mia gioventù dedicandomi agli studi, o meglio a studi finalizzati ad un traguardo così prestigioso, ad un evento che mi ha consegnato all’immortalità, alla fama perpetua…mio padre volle fortissimamente la mia gloria che era la sua e quella del casato innanzitutto! Fu lui ad insistere ed appoggiare frate Felice Rotondi, mio preparatore in Teologia, perché mi presentasse al collegio dell’Università di Padova a chiedere la grazia della Laurea. Ma la Chiesa Cattolica di Roma non poteva accettare che una donna diventasse dottore in tale disciplina e così sostenni in greco e latino un dibattito di Filosofia, nel 1677, di fronte al Senato patavino e ad un folto pubblico; fui così brillante da essere ammessa alla discussione della laurea. Il 25 giugno 1678 diventavo doctor nella cattedrale di Santa Giustina: la mia tesi verteva sull’Analitica e la Fisica di Aristotele. Ricordo ogni dettaglio di quella giornata interminabile, l’emozione indicibile del momento in cui ricevetti l’anello, il copricapo di ermellino e la corona di lauro. In quello stesso anno divenni lettrice di Matematica presso l’Ateneo di Padova ed aggregata al Collegio dei Filosofi e Medici dell’Università. L’orgoglio di mio padre era smisurato…Lui aveva potuto comunque contare non solo sulla mia innata sete di conoscenza, sull’autentico profondo amore che portavo agli studi, sul mio senso del dovere, ma anche sul temperamento sempre calmo e benevolo e remissivo che mi portava ad assecondare la sua volontà, accettando la strada che aveva tracciata per me. Quando ricevetti la visita del cardinale d’Estrées nel 1680 il prelato parlò a lungo con me, volle che gli aprissi il mio cuore, non solo ragionar della mia mente, e rimase colpito dalla mia sapienza, ma anche dall’austerità della mia condotta di vita, dall’assenza di vanto o futili ambizioni. Pochi mesi dopo decisi di lasciare Venezia, per trasferirmi definitivamente a Padova. Da tempo desideravo diventare oblata benedettina; ratificai la mia oblazione a San Giorgio in Venezia poi entrai nell’Abbazia di Santa Giustina in Padova, dove potevo serenamente esprimermi nella semplicità della preghiera e nella carità verso i bisognosi.

R.M. – Comprendo come la spiritualità benedettina dell’ora et labora fosse senza dubbio la più affine a te. Hai seguito l’esempio di Santa Francesca Romana patrona degli oblati. Il duplice destino della tua missione terrena si rivela perfettamente nel feretro coperto dall’abito benedettino e dalla mantella d’ermellino di dottore e nelle due corone posate sul capo, l’una di gigli per la  condizione di vergine e l’altra di alloro, mentre solenni onorificenze accompagnavano le tue esequie. Ma mi vien da pensare che quella vita troppo rigorosa e impegnativa per la gracile costituzione assegnata da madre natura, abbia accorciato i tuoi giorni; te ne sei andata a soli 38 anni, un’età in cui oggi si è definite ancora ‘ragazze’ o meglio ‘bamboccione’ per usare un termine ora in voga! Rifaresti tutto come si è svolto nel tuo destino terreno?

E.C.P. – Ero conscia della mia cagionevole salute e dei sacrifici che compivo. Se le mie energie fossero state dedite all’amore carnale, ai doveri coniugali e alla figliolanza, non avrei potuto affrontare né tanto meno raggiungere il compito prefissato. Qualcosa di molto simile avvenne ad una donna di cui ho trovato tracce studiando l'età ellenistica, dotta e combattiva, di nome Ipazia: lei rifiutò l’amore di un giovane a lei devoto, il cristiano Shalim, per dedicarsi interamente alla filosofia. Certo influì sempre su di me la grande spinta paterna. Pensa che solo pochi mesi dopo, incoraggiata dal mio addottoramento, un’altra donna, Carla Gabriella Patin, tentò di ottenere la laurea in filosofia, ma si scontrò con la dura opposizione dei riformatori dell’Università patavina, che si espressero chiaramente contro ogni altra laurea femminile. Pochi sanno che mio padre stesso si oppose alla laurea della mia emula, temendo forse di perdere quel privilegio esclusivo e eccezionale che io gli avevo procurato…ma non provo rancore alcuno verso lui, in fondo applicarmi agli studi era per me cosa grata, il mio ingegno era naturalmente pronto, la mia memoria tenacissima, né intendevo dedicare le mie forze a cose che non fossero dignitose per una giovane di convinta fede come me. Inoltre ero consapevole della nobile schiatta cui appartenevo, presentivo in qualche modo che potevo essere utile non solo ai poveri che tanto amavo assistere, ma anche alle generazioni di donne che dopo di me sarebbero venute.

R.M. – Il tuo impegno, il tuo sacrificio non sono stati vani. Hai dischiuso un mondo a tutte noi e procurato il primo autentico riconoscimento dovuto all’intelletto femminile. Forse non sai che in un Collegio femminile universitario, il più prestigioso che c’è negli Stati Uniti d’America, il Vassar College, a Poughkeepsie nello stato di New York, a te è stata dedicata nel 1905 una splendida vetrata colorata posta nell’ala ovest della Thompson Memorial Library: la tua figura spicca al centro, maestosa nell’atto di difendere le tesi filosofiche e diventare così la prima Philosophy Doctor della storia mondiale. E  l’OSIA, l’Ordine dei Figli d’Italia in America, assegna dal 1979 il Premio Nazionale “Elena Cornaro” ad una donna italo-americana distintasi nei traguardi raggiunti nello studio. E ancora c’è un affresco che ti rappresenta nell’Italian Nationality Classroom dell’Università di Pittsburgh in Pennsylvania-U.S.A. quale modello di studiosa orgoglio della comunità italo-americana. Non vedo invece grandi riconoscimenti in terra italiana, fatta salva la lapide che ti ricorda sulla facciata di Palazzo Corner ora Ca’ Farsetti sede delle amministrazioni comunali veneziane, e una via che ti è stata intitolata nel Comune di Barzanò, in provincia di Lecco,  città lombarda, nel 2008. Infine ti è stato dedicato un cratere di 26 km di diametro sul pianeta Venere!

 

  E a questa notizia vedo un lampo di autentico interesse brillare negli occhi di Elena, appassionata di astronomia, e un lieve sorriso vagamente compiaciuto rallegrare il suo volto, mentre si allontana…

 

 

Rosanna Mavian

Marzo 2010

 
 
Nigra sed formosa Stampa E-mail
Scritto da Eva Bravin   
Venerdì 11 Dicembre 2009 17:33
altNigra sed formosa
di Eva Bravin

L’ottavo racconto di  “Venezia Xenithea” è di Eva Bravin, dedicato alla pittrice Giulia Lama (1681-1747), “straniera” in Venezia per la sua arte, coltivata nella bottega del padre e a contatto con gli artisti del suo tempo. Eva Bravin, che ha già pubblicato per “Venezia Xenithea” il racconto “La sposa cinese”, ne immagina il travaglio nella realizzazione di un’opera tuttora visibile nella chiesa di Santa Maria Formosa, “La Vergine e i santi Marco e Magno”.  


Ritratto di Giulia Lama (Giambattista Piazzetta, 1715 ca)

NIGRA SED FORMOSA

Entrando dalla corte angusta, delimitata dalle basse casupole, oltre l'uscio stretto e basso, non si poteva immaginare l'aprirsi del vasto ambiente, inondato di luce attraverso i grandi lucernari che ne costituivano, quasi per intero, la copertura. Piazzetta, pittore, ogni qualvolta vi si recava, non poteva far a meno di stupirsene e, meravigliandosene, di provare un po' d'invidia. Ma, tant'è, lui era solo, e non ne aveva bisogno, né poteva permettersi tanto spazio. Ai vari cavalletti, tutti disposti in modo da ricevere la giusta illuminazione, si affaccendavano aiuti, assistenti e allievi del maestro Lama, che, al centro, intento e affannato lavorava, di fronte ad una grande tela, corrucciato e ostile al mondo e al prossimo. Pareva non aver sentito il rumore dei passi del nuovo venuto, così come pareva non disturbarlo l'odore acre di vernici, oli e resine che impregnava l'aria greve e pesava vischioso sui tavoli, le ciotole, vasi e tavolozze, sparsi un po' dovunque, tra intelaiature e cornici, tele e cartoni accatastati e arrotolati alla rinfusa, sui tavolacci, per terra e contro le pareti. In quel mondo agitato e convulso, per i troppi lavori da mandare avanti, stagnava un'atmosfera cauta e sospesa, dove anche i richiami, le imprecazioni e i rumori si facevano sordi, quasi timorosi del maestro.
 
 
   
Il canto della Salamandra d'oro Stampa E-mail
Scritto da Giacomo Baresi   
Martedì 22 Settembre 2009 14:49

di Lucia Guidorizzi

" Ardo e non brucio " Questo è il motto che compare sotto l'emblema della Salamandra. Secondo la mitologia, questo piccolo anfibio ha la proprietà di passare illeso attraverso le fiamme. Esso stesso venne identificato con il fuoco, di cui era considerato una manifestazione vivente. Eppure la sua pelle è umida, e in realtà, negli ambienti aridi, finisce per morire disseccato. Nell'iconografia tradizionale rappresenta il Giusto che non perde mai la serenità dell'anima e la fede anche in mezzo alle tribolazioni. Per gli alchimisti, la Salamandra è simbolo della pietra incandescente. Essi chiamarono così il loro zolfo incombustibile. La Salamandra avvolta dalle fiamme ne diviene l'immagine eloquente.

Le barche fendevano, rapide e silenziose l'acqua nera e immobile della laguna che si diramava in mille rivoli argentati. La tiepida notte primaverile rendeva ancora più incantevole e avvolgente la Città. Preziosa e pericolosa era Venezia, una Basilissa esotica e crudele che prometteva doni inauditi ma che non manteneva mai le sue promesse. Venezia era una Sirena seducente dalla coda squamosa gonfia di veleni.
Nella dolcezza notturna, due giovani donne stavano affacciate sul balcone di un palazzo. Simili nell'aspetto e per lo sguardo ardente erano quasi l'una lo specchio dell'altra. Una parlava, l'altra la stava ad ascoltare.

 
   
Duse come Demetra, il Teatro della Poesia
di Antonella Barina

Selva  apparve improvviso, uscito dal boschetto. Fermo nella penombra a lato del sentiero mi studiava con una gran voglia di far festa e la prudenza del cane  maltrattato. Ma mi bastò sorridere perché mi raggiungesse ciondolando basso il bacino, porgendo il cranio alla carezza, basse le orecchie e timido un sorriso sul labbro che, alzandosi, scopriva lateralmente un canino. Allevato da una donna, pensai. Un cane spaventato dagli spari, inutile alla caccia, di quelli che i cacciatori eliminano con un colpo al cuore. Chissà come si era salvato. Lo chiamai Selva perché lì ci eravamo incontrati, al limite tra la luce del sole e l’ombra del bosco. Parve ad entrambi naturale far la strada assieme, riposare sotto il portico di casa  e dividere la cena in silenzio. Finsi con me stessa di dover decidere, ma lo avevo già adottato in quelle prime ore. O lui aveva adottato me.

Ora, ultimo compagno di scena, il cane mi sta ai piedi davanti al tramonto che infiamma Venezia. Il Teatro della Poesia avrebbe dovuto nascere in un primo giorno di primavera come questo, con il calar del sole e l’accendersi delle fiaccole. A inaugurarlo sognavo un dramma fatto di parole, il Persefone , ma quel dramma resta nel profondo come una testa d’Idra schiacciata dal sasso. Da anni attendo il suo epilogo in versi e ho continuato a finanziare l’autore, che – era a tutti palese, ma non me ne accorgevo – si è preso gioco di me. Come ho potuto pensare che lui avrebbe potuto scriverlo? Proprio quello che mi ha rubato il fuoco, che della nostra intimità ha fatto romanzo, del mio invecchiare leggenda... e strazio. Così come del dolce segreto del fuoco... esposto all’aria, vanificato... Del dramma è rimasto solo un nome – Persefone, appunto – senza seguito nel romanzo con cui mi ha pugnalato mentre tiravo il carro, mentre remavo controcorrente, mentre lui mi tradiva. Il 21 di marzo di un anno che sarà! Un traguardo che lui ha dilazionato ad arte. Una promessa fatta sul vento della prima passione. Con il sangue delle Menadi si è sciacquato la bocca, le ha rese ancelle del progetto politico nel quale si è celebrato!  

Selva mi guarda, le orecchie meste, pensando di aver fatto qualcosa che mi spiaccia. Così grande è l’amore di un cane che ti avvolge anche quando dimentichi di averlo a fianco. Poiché mi ama, poiché è vero amore, sente ogni mio fiato riferito a se stesso. Il mio ragionare ad alta voce lo spaesa. Mi abbaia con un buffo latrato. Selva, cosa vuoi dire? Non ho voglia di giocare. Vedi? Sul tavolo la corrispondenza, e nessun desiderio di affrontarla. Lettere di amiche preoccupate per la mia salute, che fanno giri di parole per non pronunciare il nome della tosse rossa . L’impresario che annuncia un altro spostamento di data o preme per anticipare la prossima. Dall’Inghilterra mia figlia Enrichetta chiede ancora denaro. Nelle mie orecchie gravano le parole dell’ultimo litigio con lei. La flemma con cui mi affonda lentamente nel suo inesorabile rinfacciare: quando andavi a teatro, mi lasciavi sola a casa...
[il racconto continua qua]
 
   
Il centro di un labirinto

di Valentina Stocco

 

Ecco fatto, il treno era partito. Ed Elizabeth era di nuovo in viaggio.


Si appoggiò stancamente allo schienale della poltrona, chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Notò distrattamente come l'odore del velluto che rivestiva i sedili dei treni fosse sempre lo stesso, in qualsiasi angolo di mondo si fosse.

 

Come sempre si sentiva fragile. Viaggiava da quando era piccola, era una persona apparentemente molto sicura di sé e lei per prima si sentiva estremamente soddisfatta della propria vita e del proprio modo di essere.

 

Ma sentiva di essere vulnerabile e la coscienza di questa sensibilità la rendeva in qualche modo molto meno forte di quanto non le piacesse apparire.


Ma ora era in treno, partita alla volta di Venezia, e aveva davanti a sé diverse ore per rilassarsi e concentrarsi sulla meta del suo viaggio. E a questo si decise a pensare guardando il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino. Stava lasciando Monaco e gli amici con cui aveva condiviso la splendida settimana in giro per la Baviera. Si passò una mano fra i corti capelli rosso scuro e si aggiustò i grandi occhiali neri sul naso. Non li toglieva quasi mai. Dietro quegli occhiali nascondeva i suoi occhi verdi ulteriormente schermati da un trucco scuro, come se volesse essere assolutamente sicura che il suo sguardo fosse protetto.

 

Tirò fuori dalla borsa l’inseparabile macchina fotografica e inserì un rullino in bianco e nero. C'erano due cose che portava praticamente sempre con sé: la macchina fotografica ed un grosso quaderno su cui scriveva ed annotava tutto, disegnava, dipingeva, copiava poesie e custodiva le fotografie più care. Lo estrasse dalla valigia insieme ad una delle foto della Baviera che ritraeva lei e i suoi compagni di viaggio. Con la matita iniziò a riportare quell'immagine sulla pagina bianca.

 

Il pensiero cominciò a vagare come i segni sulla carta. Si era laureata da un anno e non aveva combinato quasi nulla nei mesi trascorsi. Aveva cambiato un paio di lavori che non avevano molto a che fare con i suoi studi di storia. Lavori intervallati a periodi sabbatici spesi a riflettere fondamentalmente su cosa voleva davvero fare nella vita. In un alternarsi di domande che ancora non avevano ottenuto risposta. (...)



Il racconto continua qua (file pdf)