Il banchetto funebre etrusco

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Il banchetto funebre etrusco

Le onoranze funebri non sono un concetto moderno, sebbene lo siano nel senso più comune in cui sono concepite oggi. Ben prima dei romani, la civiltà etrusca aveva riti e usanze collegati alla sepoltura e al trapasso dalla vita terrena a una dimensione ultraterrena e gran parte di questi riti era strettamente correlato al cibo al punto tale che i romani stessi consideravano gli aristocratici etruschi troppo manti del lusso e dell’ostentazione, gaudenti, gastriduloi (schiavi del ventre) e obesus (grassi). Anche nei riti funerari, il banchetto funebre etrusco era opulento, nulla in confronto ad una pratica che sta tornando di moda anche nel mondo contemporaneo, la cui organizzazione – come per il resto del funerale – può essere affidata ad un’agenzia funebre, come la Cattolica San Lorenzo.

Come si svolgeva il banchetto funebre etrusco

Il tema del banchetto funebre si ritrova nell’iconografia etrusca, ma anche e soprattutto nelle necropoli. Il banchetto etrusco va oltre il concetto di nutrimento e assume spesso una valenza sociale sia come indice dello status del defunto, sia come momento di socializzazione. Dal punto di vista raffigurativo, nelle tombe etrusche sono spesso rappresentate scene di banchetti in cui i commensali sono solo uomini; nelle tombe a partire dal 500 a.C. si nota l’inserimento di figure femminili che partecipano al simposio in cui si consuma vino, si servono cibi, si danza e ci sono dei musici. I banchetti si svolgevano su tavolini bassi posti davanti al banchettante con annessi altri tavoli di servizio per appoggiare ciotole e caraffe. Ciò che ha permesso agli archeologici di ricostruire con estrema precisione un rito funebre con annesso banchetto è la tomba n. 30 della Necropoli di Pian dei Gangani a Montalto di Castro nella provincia di Viterbo, il cui corredo è esposto al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

La tomba etrusca di Montalto di Castro

I ritrovamenti archeologici in questa tomba hanno gettato una luce sulla pratica funeraria etrusca connessa al cibo a partire dagli strumenti per il sacrificio rituale, fino a quello per la cottura dei cibi e l’arredo per il banchetto.

La tomba, a quanto pare, sembra essere stata utilizzata a lungo perché vi sono reperti che coprono un ampio arco di tempo, dal II al IV secolo a.C. circa. Gli oggetti legati alla fase sacrificale sono utensili in piombo per l’uccisione e la cottura delle carni: un coltello, due alari, 5 spiedi e un bidente. Il materiale con cui sono realizzati – il piombo – non è evidentemente adatto nella pratica quotidiana perché è un metallo che alle alte temperature fonde ed è molto duttile, per cui non era funzionale se non a mero scopo funerario, vale a dire che si tratta di oggetti realizzati solo ed esclusivamente per il rito funebre, da affiancare al defunto nel suo al di là e non certo per essere realmente utilizzati.

Tra i resti di cibo, la carne occupa uno spazio importante, sia perché era simbolo di ricchezza e opulenza, sia perché apparteneva alla cultura e alla pratica di allevamento tipica della civiltà etrusca, dove la presenza di bovini, ovini, suini e pollame era familiare; di conseguenza anche gli alari e gli spiedi e il bidente (un attrezzo agricolo che serviva sia a maneggiare il carbone sul fuoco che come utensile per la macellazione) non potevano mancare in un corredo funebre.

Relativamente alle bevande, gli oggetti trovati sono, invece, tutti funzionali come una grande anfora per il trasporto del vino e un braciere per gli impasti a indicare che si svolgevano delle mense in questo luogo; fanno parte del corredo anche una brocca, due kantharoi di bucchero di grandi dimensioni, due coppe, un’olpe etrusco-corinzia, due calici, un “attingitoio” per pinzimoni, una coppa attica. Si tratta di elementi che indicavano l’agiatezza del defunto e che i sopravvissuti nel tempo hanno conservato con cura, tanto da poterne ancora oggi ammirare la bellezza dei decori, delle incisioni e dei colori presso il Museo di Villa Giulia a Roma.

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